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Elogio della traduzione, da Sofocle a Lucrezio

di Radio Zammù e Zammù TV (video)

A Radio Zammù Ivano Dionigi e Federico Condello, classicisti dell'Università di Bologna, raccontano le difficoltà ma anche il fascino di interpretare gli autori del passato




Ivano Dionigi, ordinario di Lingua e Letteratura latina, e Federico Condello, ordinario Filologia greco-latina e Letteratura e Tradizione classica, coordinatore del Laboratorio di Traduzione specialistica dalle lingue antiche dell'Università di Bologna, sono stati ospiti negli studi di Radio Zammù per parlare del significato e del valore della traduzione.

Intervistati da due studenti catanesi, Nicolò Cantone e Andrea Tisano, parlano dell'Edipo a Colono, tragedia sofoclea in scena al 54° Festival del Teatro Greco di Siracusa, di cui Condello è traduttore, stigmatizzando il frequente impiego dei classici per interpretare problemi contemporanei, e di Lucrezio, in relazione alla necessità di creare parole nuove per tradurre messaggi e contenuti nuovi, rispetto alle opportunità offerte da una lingua.

«Lucrezio - ha osservato Dionigi - traghettò nel mondo romano la filosofia greca e, scontando l'indigenza della lingua latina, scelse di creare parole nuove per far comprendere la novitas dei concetti. I traduttori devono perciò saper essere dei "poeti", dei creatori di parole, come fece Mario Rapisardi che, nell'ottica del Positivismo, utilizzò termini scientifici per tradurre lo stesso Lucrezio. La fedeltà all'originale è così rispettata: se è lo stesso originale a creare parole nuove, non possiamo poi appiattirci ricorrendo a parole ovvie».

«Il traduttore è un primo regista dell'opera - ha aggiunto Condello, parlando dell'Edipo -, potendo talvolta permettersi delle scelte che poi pilotano o condizionano l'operato del vero regista. Trattando di ospitalità e di accoglienza riservata ad un esule, l'Edipo a Colono potrebbe prestarsi facilmente a una rilettura delle grandi migrazioni contemporanee, nonostante il contesto originario sia profondamente diverso. Però io trovo stucchevole l'impiego dei classici per richiamare vicende contemporanee, perché è quasi un modo per rimandare ad altri la responsabilità dei nostri problemi attuali».