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Collaboratori di giustizia e regime detentivo

di Zammù TV (video)

Lezione dell'avvocato Fabio Repici nell'ambito del laboratorio d'ateneo "Mafia e antimafia: storia, legislazione e attualità"




Partendo dalla definizione di "collaboratore di giustizia", l'avvocato messinese Fabio Repici affronta la delicata tematica dei "pentiti" e del regime detentivo dei mafiosi.

«Benché il delitto di mafia sia entrato nell'ordinamento italiano solo nel 1982, sin dall'800 i processi si sono occupati di delitti che hanno le medesime caratteristiche oggi definite nell'art. 416 bis. Allo stesso modo, la categoria dei collaboratori, sebbene non ancora "qualificata" e più rara, esisteva anche un secolo fa». Tra i temi evidenziati nel corso della lezione c'è anche la correlazione tra l'inasprimento del regime di detenzione in carcere e l'incidenza sul numero di collaboratori di giustizia.

L'incontro con Repici - difensore di diversi familiari di vittime di Cosa nostra, tra cui Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino - si è svolto in occasione del laboratorio d'ateneo "Mafia e antimafia: storia, legislazione e attualità" (12 aprile 2018), organizzato dai docenti Simona Laudani e Alessandro De Filippo nell'ambito della più ampia iniziativa intitolata alla memoria di Giambattista Scidà "Territorio, ambiente e mafie".

La tematica

Nella sua attività di contrasto della mafia, lo Stato italiano si è avvalso di strumenti che sono mutati nel tempo e si sono evoluti parallelamente al livello delle conoscenze progressivamente acquisite su questi sodalizi criminosi, sulle loro strutture, strategie e mentalità.

Per molto tempo, i mafiosi sono stati perseguiti sulla base di disposizioni che, dovendo colpire le comuni associazioni a delinquere, hanno mostrato una scarsa capacità a reprimere organizzazioni in grado di intervenire sugli ordinari meccanismi investigativi e giudiziari di accertamento della verità: corrompendo, intimidendo, uccidendo. A partire dagli anni Ottanta del Novecento, si è introdotto lo specifico delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Esso si è reso necessario in vista dell'obiettivo di colpire il "metodo" di azione della mafia, concependola come associazione dotata di radicata presenza sul territorio e capacità di accumulazione di profitti e influenze. L'uso dei collaboratori di giustizia ha permesso, inoltre, di guardare la mafia dall'interno, nella sua geometrica e capillare distribuzione di ruoli e decisioni.

Infine, negli ultimi anni, una stretta rigoristica si è imposta sulla regolazione della detenzione carceraria per evitare il contatto tra i reclusi e l'esterno e far sì che la prigione funzionasse efficacemente per i mafiosi come per ogni altro tipo di detenuto.