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Il manuale, tra teoria della letteratura e didattica

di Mariateresa Calabretta

I manuali, specchio della teoria della letteratura ieri e della sua crisi oggi. Il prof. Luperini accompagna gli studenti del Disum in una riflessione sulla critica letteraria dallo Storicismo ottocentesco all'Ermeneutica contemporanea


Romano Luperini dedica al "manuale", lo strumento didattico più utilizzato sia a scuola che all'università, la quarta lezione di Didattica della Letteratura tenuta al Dipartimento di Scienze umanistiche, per gli allievi del corso di laurea magistrale in Filologia moderna dell'Università di Catania.

Il libro di testo, ancora oggi è lo strumento fondamentale per l'insegnamento apprendimento mediante il quale gli studenti realizzano il loro percorso di conoscenza e di apprendimento. Luogo principale di incontro tra le competenze del docente e le aspettative dello studente e canale preferenziale su cui si attiva la comunicazione didattica. Lungi dall'essere solo un "manuale di istruzioni" la sua redazione risente degli orientamenti della teoria della letteratura, «in genere si pensa che i manuali scolastici nascano in rapporto a circolari ministeriali. Quelli fatti meglio nascono da profonde discussioni teoriche. C’è un rapporto molto stretto tra la teoria della letteratura e i manuali. Ci sono manuali storicisti (il Sapegno e il Petronio), strutturalisti (Segre e Baldi, uno strutturalista che cerca di introdurre elementi di sociologia e storicismo) e manuali che puntano sul conflitto delle interpretazioni, come era il mio».

Come storicismo, strutturalismo, ermeneutica e perché no, anche la psicanalisi intervengano nell'impostazione del manuale è l'argomento dell'approfondimento di Luperini. Tutto muove dall'analisi del rapporto tra autore, lettore e testo (intentio auctoris, intentio operis, intentio lectoris) che determina l'impostazione della critica letteraria. Si può studiare l’intenzione dell’autore (l’emittente) oppure partire dall’intentio operis (il messaggio) o ancora dall’intentio lectoris. lo storicismo prima e lo strutturalismo poi hanno dato importanza ora all'autore ora all'opera. L’avvento, alla fine del secolo scorso, dell’ermeneutica ha portato a far esaurire le tendenze strutturaliste dominanti, e fare entrare in crisi l’idea che la critica letteraria sia una scienza che descrive oggettivamente un testo e il docente un esperto di retorica che fornisce solo competenze neutrali e oggettive. La critica letteraria non è scienza, bensì è una ermeneutica. La scienza punta alla descrizione oggettiva, l’ermeneutica punta all'interpretazione, e le interpretazioni sono diverse per ogni interprete, e «quando poi alla fine degli anni '90 l'ermeneutica sembrava prevalente, sono nati altri manuali, tra cui il mio che cercava di vedere le cose anche attraverso il punto di vista dei lettori, cioè degli studenti, ed è nata l’idea della comunità ermeneutica, la classe è una comunità che interpreta un testo, lo discute».

Oggi non c’è più una teoria prevalente, «direi che anche la teoria della letteratura è in grave crisi come è in crisi la letteratura e quindi mancano fondamenti per fare un nuovo manuale e finché non nascerà una nuova teoria della letteratura credo che sarà difficile la nascita di nuovi manuali, nasceranno perché servono ma senza l’ambizione di formare degli studenti. Oggi si è abbassato moltissimo il livello, ma questo abbassamento del livello ha portato sempre di più anche i manuali a considerare il professore un semplice tecnico, un esperto, uno che risolve certi problemi spiccioli, svolge un programma, dà voti, ma non è più un maestro, cioè colui che ha un progetto di vita da insegnare, un modo di leggere e interpretare la letteratura nel mondo».


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