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I migranti non sono "untori"

di Zammù TV (video) e Irene Alì (redazione web)

Scardinare i pregiudizi senza buonismi e formare i medici di domani sul tema della salute dei migranti. Se n'è parlato al Policlinico in occasione del corso coordinato da Guglielmo Trovato (Medclin). In video anche Mario Affronti della Società italiana di Medicina delle migrazioni




La salute dei migranti e le tematiche di salute associate alle migrazioni sono questioni cruciali per l'agenda internazionale dei governi e della società civile. Di queste problematiche si occupa la Medicina delle migrazioni, una disciplina collocata all'interno dell'antropologia medica e che si occupa dell'aspetto socioculturale degli immigrati, che sono assistiti non solo a livello epidemiologico, ma anche antropologico.

Proprio a questa disciplina l'Università di Catania ha dedicato il corso monografico dal titolo "La salute dei migranti: opportunità, sostenibilità e barriere in medicina delle migrazioni", che si è svolto il 10 febbraio 2017 nell'aula magna della Scuola di Medicina, al Policlinico "Gaspare Rodolico". Il corso - coordinato dal prof. Guglielmo Trovato con il patrocinio di Società italiana di Medicina delle Migrazioni, della European Medical Association e della European Predictive, Preventive and Personalized Medicine Association - era rivolto principalmente alle professionalità mediche, agli studenti (iscritti dal 2° al 6° anno) e agli specializzandi che lavorano e studiano al Policlinico dell'Università di Catania.

«Il fenomeno migratorio è in costante crescita globale - spiega Trovato - con implicazioni sociali e sanitarie considerevoli. Una delle sfide della sanità pubblica è proprio quella di riuscire a garantire accesso ai servizi e percorsi di tutela per tutte quelle persone che, per diversi motivi, si trovano in condizioni di fragilità sociale, come appunto chi viene in Europa per sfuggire da guerre, carestie e povertà». 

Ma quali sono le malattie dei migranti? «Le stesse delle nostre: i dati ci dicono che buona parte delle malattie infettive che noi temiamo di più - epatiti, Hiv - gli immigrati le contraggono in Italia. Esiste inoltre una buona parte di migranti che arrivano in Italia con la speranza di far curare il proprio bambino, la propria moglie, il proprio marito da patologie gravi come cardiopatie o altre patologie suscettibili di essere curate chirurgicamente. Un tema, quello del "turismo sanitario", che andrebbe visto come risorsa».

«L'accoglienza dei migranti - prosegue Trovato - configura una permanente emergenza, mentre l'assistenza sociale e sanitaria degli immigrati è una quotidiana modalità di integrazione e un indicatore vitale di civilizzazione. La quotidianità di un ospedale universitario che si confronta con queste problematiche, e con gli aspetti del contesto professionale e normativo, è un elemento importante per la conoscenza e la competenza di studenti e professionisti della salute».

In video, anche Mario Affronti, già presidente della Simm: «La questione dei migranti in Italia è spesso fraintesa e comunque raccontata male. L'immigrato viene visto sempre come un perditempo, un approfittatore, un delinquente, soprattutto se è musulmano (in quel caso diventa un "terrorista"), mentre i dati ci dicono che le cose stanno in maniera diversa. Sul piano della salute permane ancora il vecchio mito del migrante come "untore" di manzoniana memoria, portatore di malattie infettive ed esotiche che erano scomparse dalle nostre contrade. La realtà è che si tratta di popolazioni fondamentalmente sane che però, per le precarie condizioni di vita cui sono costrette si ammalano di malattie "della precarietà" e "della povertà", come la tubercolosi».

«In Italia - precisa Affronti - per fortuna c'è una legge inclusiva, universalistica che dà assistenza anche a quelli che non hanno cittadinanza, i cosiddetti irregolari e clandestini che devono essere assistiti in ambulatori dedicati. Il problema è che questi ambulatori non sono distribuiti uniformemente sul territorio italiano, per cui si creano delle disuguaglianze».
I "migranti forzati" (rifugiati, richiedenti asilo) si ammalano inoltre di malattie psichiche più o meno gravi a causa delle condizioni di vita in quei "non luoghi" che sono i centri di accoglienza; spesso hanno subito durante il viaggio gravi lesioni, ma per loro non c'è un'accoglienza dignitosa. Si potrebbe fare molto per prevenire il danno psichico ma non se ne parla in maniera adeguata».