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Limiti e crisi della democrazia moderna

di Zammù TV e Mariano Campo

Il giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese ha tenuto una lectio magistralis alla Scuola Superiore di Catania dal titolo "La democrazia al tempo di Internet"




«L’Italia è una Repubblica, sia pur non del tutto democratica». Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, rilegge così il primo articolo della Costituzione italiana, osservando che «non tutte le strutture del nostro Paese si reggono sul principio della rappresentatività. Ma come si conciliano questi aspetti cardine del nostro sistema con la richiesta di una democrazia che sia maggiormente pervasiva? E i social media, che offrono diffusi strumenti di partecipazione sia pur virtuale, rischiano di minacciare veramente quella stessa democrazia che, a detta di molti autorevoli personaggi, oggi vive momenti di "fatica" o di "crisi conclamata"?».

Ospite della Scuola Superiore di Catania, il prof. Cassese – autore del volume “La democrazia e i suoi limiti” - ha proposto un’ampia riflessione sui problemi attuali della democrazia, partendo dall’assunto che «si hanno a disposizione strumenti tecnici che ci consentirebbero di far diventare più democratici gli ordinamenti moderni, garantendo a tutti le possibilità di esprimersi, addirittura sostituendosi alla democrazia rappresentativa: eppure bisogna constatare che mai così bassa è stata la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica».

Introdotto dal presidente della Scuola, Francesco Priolo, dal direttore del dipartimento di Giurisprudenza Roberto Pennisi e dal professor Vincenzo Di Cataldo, Cassese ha rilevato che «quella stessa Costituzione che stabilisce che l’Italia sia una Repubblica interamente democratica, nell’insieme dei suoi poteri pubblici e anche delle sue basi sociali, negli articoli successivi introduce dei limiti alla democrazia: per esempio, prevedendo che vi siano dei titolari di cariche pubbliche non scelti in base alla volontà popolare, ma rispondendo a regole di selezione che chiamiamo "concorsi", certamente aperti a tutti, i cui vincitori sono però scelti non dalla volontà popolare, ma da un’aristocrazia costituita dai cultori della stessa materia, sulla base di criteri di competenza. Di fatto, un principio non democratico che si è affermato nei nostri ordinamenti moderni sulla scorta delle grandi costituzioni borghesi successive alla Rivoluzione francese, influenzata dai grandi illuministi che a loro volta si ispiravano alla "casta" dei mandarini dell’Impero celeste, una classe dirigente incaricata di alte funzioni amministrative e politiche».

L’aspirazione all’illimitatezza della democrazia, che a poco a poco è diventata un ideale così diffuso, tanto da essere l’incipit della nostra Costituzione, può farsi risalire agli anni successivi all’Unità d’Italia, con l’allargamento progressivo del suffragio. Nel 1871, soltanto 500 mila erano gli aventi diritto al voto su una popolazione di 25 milioni di abitanti, eppure l’Italia di allora veniva già definita liberal-democratica. Dopo la Prima guerra mondiale viene concesso diritto di voto anche a persone (uomini) senza requisiti di censo o di istruzione; alle donne, invece, soltanto dopo la Seconda guerra mondiale.

«La democrazia – aggiunge Cassese, citando gli Stati Uniti d’America descritti a inizio Ottocento da Tocqueville e, un secolo dopo, l’esperienza utopistica di auto-governo dei Soviet, dopo la Rivoluzione d’Ottobre - è un ideale che si è costruito lentamente, un processo di continui e progressivi allargamenti. I contemporanei chiamavano democratici degli ordinamenti che noi oggi ci guarderemmo bene dal definire così».

Né appaiono realmente efficaci, alla riprova dei fatti, quegli strumenti di democrazia diretta individuati dalla nostra stessa Costituzione: i referendum, attraverso i quali i cittadini sono chiamati a prendere in prima persona decisioni sulla vita del Paese. «Questa logica binaria sì/no – dice Cassese, citando anche esempi recenti nel nostro come in altri Paesi - dà un’apparenza di certezza, ma in realtà nasconde una grande quantità di ambiguità, perché alle domande originarie del quesito referendario si aggiungono altre domande sottese da coloro che parteggiano per un fronte o per quello opposto, che in realtà non erano state poste».

Ci sono quindi dei limiti quantitativi e qualitativi dell’idea che «la democrazia possa divenire più democratica» grazie a Internet o a sistemi di voto elettronico come quelli sperimentati in Brasile: «Per rimpiazzare tout-court l’attività del Parlamento, che produce circa cento leggi l’anno – ipotizza il giurista -, ogni giorno 40 milioni di italiani sarebbero chiamati a prendere online otto decisioni sui temi più disparati, dall’ammontare del debito pubblico alle coppie omosessuali, dagli investimenti nel Mezzogiorno al numero dei posti nei concorsi in magistratura. Tutto ciò, immaginiamo, senza essere messi in condizioni di compiere un proprio iter deliberativo, attraverso un percorso di informazione, discussione e convincimento, che è quanto invece poteva avvenire in precedenza all’interno delle sezioni di partito, avvalendosi della capacità di convincere ma disponendosi anche a farsi convincere».

La richiesta di maggior democrazia – ribadita con forza in occasione di ogni recente protesta popolare – sta creando una condizione di malessere, rinforzata oltretutto dallo squilibrio tra l’interesse che i cittadini dimostrano per la cosa pubblica e il tempo e l’impegno che essi dedicano alla cosa pubblica, che sta avendo sensibili riflessi sulle capacità di decisione delle democrazie moderne, rispetto ad altri regimi. «Ci sono numerosi segni ed elementi di crisi rispetto ai quali vanno trovati gli anticorpi – ha ammonito Cassese -, perché noi tutti sappiamo che la democrazia non è irreversibile».


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